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10 Nov

A volte tornava, usciva dalla stanza,

muoveva gambe e piedi

prima imbrigliati dentro fili,

in un camminare non lieve e leggero,

al contrario pesante,

un salire sempre per poi alla fine,

liberare il respiro tutto, verso il mare,

che le appariva all’improvviso o

adagiato nel golfo tra Punta Alice

e Capo Colonna o sul molo

impetuoso  e salmastro nel profumo.

Tornare davvero invece era difficile,

pali su pali dentro ruote

a fermare il desiderio anche

per uno stare come sospeso,

provvisorio, sulle punte,

come un guardare da lontano.

Ma era pur sempre sanità,

perché a cercarla la vita fuori,

l’avrebbe ritrovata, frammenti certo,

di bambina, ma non solo,

c’erano pure tutti gli altri pezzi

di suo padre e di sua madre.

Passi lasciati ai lati delle vie,

magari  viale  Regina Margherita,

con il ticchettio delle scarpe

misto al profumo delle foglie

diun inverno che poi era

un autunno prolungato.

Tanti quelli di sua madre che,

seria usciva dalla casa o

verso la piazzetta del mercato o

al Duomo a chiedere in ginocchio

un aiuto,proprio all’altare

della madonna nera per i figli

che erano il suo bene.

Un’infanzia sparpagliata

per tutta la città,

un poco da Zia Assunta, alta, magra

come posseduta da uno schianto

che la rimangiava,

diafana e restia ad un abbraccio

tranne per suo fratello Giovanni

per cui si scioglieva da ogni tipo di controllo

o da sua sorella Amelia che,

al contrario di Assunta,era tutta un’espressione

nel corpo e nel volto come pure nella voce:

” fraticè, figghicè, atu venutu-?”

Pezzi di sè nella piazza del Duomo,

nel vicolo di Magarò, il mastro-scarparo

o in quello di sinistra della chiesa che

portava alla casa della Zia Maria e Zio Ciccio

sempre dell’inverno, perchè poi da giugno

erano agli stabilimenti a mare Gerace.

Altri pezzi ancora lungo la via dell’Immacolata,

quando rientrava da scuola per il turno pomeridiano,

poiché al sud il diritto alla scuola

bisognava litigarselo in doppio uso.

E il resto? Tanti altri pezzi, sagomati

quelli a misura e riposti in scatole

su scaffali altrove,su cui effondere

un soffio giornaliero, proprio con la bocca,

socchiudendo labbra e respiro,

del suono del dialetto, del mirto di

Aspromonte e della Sila,

pure del biancospino della costa,

perchè le figlie sentissero tra orecchie e pelle

quello a cui teneva tanto,

misto alle parole delle zie e pure

della nonna con gli occhi celestini

tra uno”sciuollo miu “e una mitezza

che,solo a ripensarla, le faceva bene.

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18 Ago


Vi arrivo dalla marina, a Riace ,inforcando una strada che 
s’arrampica fra colline d’argilla,alberi d’ulivo e finocchietto
già spicato.
Lascio alle spalle il mare  e m’inoltro nel paese
arroccato, la sensazione è d’essere aspettata, forse è la Calabria
che mi attende anche se m’allontano da Crotone, mi ammicca,
mi riconosce e mi accoglie un poco tra le braccia.
Non so se mi perdoni d’averla abbandonata, io non lo faccio
e mi rimprovero di non essere tornata quando il vigore
accendeva cuore e pelle.
Ora che gli anni sono stati usati per fare crescere  e pure
 con passione, ragazzi delle medie della campagna di Padova
e Vicenza, mi ritrovo senza forza e pittosto scoraggiata e non
solo per non aver fatto altrettanto per la mia terra desolata,
ma per una sorta di mal pensiero pure amaro che niente sia
servito di quell’ardore delle idee gravando come masso ,
proprio sul cuore,parole che poi si traducono in pensiero che
allontanano e non solo con lo sguardo, dividendo uomo e razza
secondo quella linea non tanto immaginaria che è poi
la latitudine..
Il borgo prima abbandonato dai migranti calabresi,
ha ritrovato voce e pensieri colorati di etnie curde, etiopi
ed afghane, anime mischiate tra i muri delle case, si attutisce
la pena mescolata alla speranza.
La notte avanza e non porta la paura ma una pace tranquilla
illuminata da una luna grossa grossa, si affacciano ai balconi
prima di altri partiti per un altro dove,donne forse di Gaza,
che fino alle ore illuminate hanno tessuto ginestre e impastato
  argilla perchè continuasse quel passato che non aveva ragione
d’essere fermato.

A Mimmo Lucano,sindaco di Riace e a tutti i componenti
di Città Futura,con gratitudine e rispetto.
 

10 Lug

I passi erano sonanti, a seconda dell’altezza del sole o della
luna o di un tacchetto, magari un poco pesantino e tendente
verso un lato a mezzogiorno, per via della borsa appesa al
braccio, quando la signora Torchia tornava dal mercato.
Il movimento pacato della testa accompagnava gli arti
ora a sinistra, ora al lato opposto della gamba.
Dentro agli occhi portava una distesa verdolina che diventava
azzurra verso i lati e se l’incontravi te li spalancava,
perchè ci spaziassi,tanto che si soffermava pure con il corpo
e alla fine quando avevi percorso quello spazio riposante-
-"Idù-usciva sillabato-bella,com’é?"-
Non era necessario che parlasse, sarebbe bastato quello
sguardo come una carezza.
A volte i passi erano leggeri e dinoccolati  su gambe
magroline ed i pensieri erano ondeggianti, vagavano lievi
nel silenzio che era pacatezza.
Scendeva dalle scale e se ne usciva verso il sole o
lo scuro della notte,Bonaventura, il marito, portando in
vista sulla fronte una dolcezza destinata poi a restare.
Lo sguardo spesso se ne va senza essere guidato, si
sofferma dove vuole e incide un solco, non c’è bisogno
di scavare e riaffiora e pretende  d’essere fissato, se no
inizia a tormentarmi.
Forse dopo tutti questi anni, si sottrae dall’incavo in cui
era come accovacciato per esaltare della vita
"una lentezza" dei gesti come delle voci, e restituirla
a questi tempi ,troppo veloci e bui e non solo per
 gli accadimenti, perchè ogni età ha le sue vergogne,
ma per donare quella sensazione prolungata, forse
è questo che reclama,un ascolto, non certo menzognero
e una pelle tesa tesa a trattenere, come se anche oggi
potesse avere dentro la speranza.

11 Mag

Quello per il sudè un amore formatosi con me
nel grembo di mia madre, nato così ,come seme
portato dagli uccelli dentro un campo.
Forse per questo è tenace, forse anche cieco
 e testardo come certe piante che per quanto tu le tagli
rinascono e ti mostrano la linfa nei rami semimorti.
Dapprima questo mio sud era circoscritto e si sarebbe
esteso tutt’al più ,oltre a Crotone, al paese di mia madre
 e alla Sila.
Era questo il mondo fino ad un certo punto della mia
 esistenza bambina, l’unico pensabile ed esistente,
forse come per ogni ragazzino.
Nel primo anno della scuola elementare mi resi conto
invece che questo mio mondo colorato fosse molto ristretto
poi, almeno a rappresentarlo su una carta geografica
e imparai che esisteva un sud e un nord anche,
uno relativo e in rapporto ai paesi che conoscevo e
un altro lontano e sconosciuto e pure un est e un ovest.
Sapevo e prima  che sedessi dietro un banco, dell’esistenza
dell’Unione Sovietica come effetto della guerra fredda e
  della tensione conseguente, almeno per quello che agli occhi
della maggior parte, rappresentava il comunismo e non solo
quello sovietico.
Ben incise sono ancora certe mattinate in piazza Pitagora,
sotto il podio fascista non ancora demolito, quando
l’altoparlante comunicava i risultati elettorali, nonostante
la larga maggioranza su cui contasse la democrazia
cristiana, s’avvertiva nell’aria e sui visi degli adulti che
guardavo con gli occhi all’insù, una sorte di timore nel
rilevare gli aumenti dei seggi del Piccì’e la soddisfazione
  invece del sindaco Messinetti,comunista e medico dei poveri.
Pareva che alcuni li vedessero quei cosacchi..
cavalcare sui destrieri proprio dal Cremlino ,
come spinti per qualcuno ad un saccheggio, mentre altri
aspettavano gloriosi col fazzoletto rosso al collo ed un garofano
altrettanto porporino agli occhielli delle giacche.
Anni quelli che… a raccoglierli nel pugno e ad odorarli…
sapevano di arancia, con la buccia grossa e così carica
di "spirito" che a strizzarla ingigantivano la fiamma
nella brace.
Mio padre a tavola sbucciando "i portuvalli" ne faceva
occhiali freschi da indossare per me e le mie sorelle,
a primavera, invece erano orecchini di ciliege che ad
una ad una sparivano voraci nelle bocche.

3 Apr

schegge/ Cinema Mignon.

Solo verso sera la finestra era spalancata sull’arena
del cinema all’aperto ed  entrava mista a un’ariettina
tra rumorìo e risatine, un cigolio di sedie di quanti
prendevano posto tra le file a godersi, in anteprima,
 una luna rossa-rossa che s’appostava in alto sullo schermo.
Come si spegnevano le luci ed il vocìo, era lei la luna,
a far da testimone mentre il film s’adagiava  dentro la stanza
  diventando spazio allargato del cinema all’aperto.
Se arrivavo suonando al campanello, la zia apriva un po’
seccata perchè fin troppi erano già pigiati davanti a
quello squarcio nella notte-"Figghicè, postu u’cci n’è,
ta stari all’impedi" 
diceva,aprendomi la porta.
Ma più che il film ad attirare la meraviglia e l’estasione
 erano le voci e le luci della pellicola che si facevano spazio
 tra quelli  che se ne stavano seduti come spettatori
davanti alla finestra,tanto che perfino le facce
parevano uno schermo ora illuminate all’improvviso
 ora più buie della notte.
Solo quando m’eccitavo più del necessario, perdendo
l’imbarazzo, montavo con tutti e due i piedi sul paletto
della sedia  dove se ne stava comoda la zia che se ne
 usciva sempre con la stessa lamentela contrariata"-
 u’ mmi moticari a seggia, figghicè, ca
u’ vvida comu mi fa girari a capa"-
 
La poveretta aveva ragione, perchè in tutte le sere d’estate
era costretta a far da succursale al cinema Mignon, senza che
come me e gli altri, ne sentisse l’attrazione.

14 Mar

Schegge/ Saltarellando.

Amabo-is-amabit e s’allungava il fiato nella corsa per far
spazio alle altre voci saltarellando ad alternanza sulle gambe,
come fanno le bambine.
Già scendendo dalle scale aveva inizio quell’accorata litania,
ce l’aveva quasi imposta l’insegnante"Se si vuole, pure mentre
correte..li  potete ripassare i verbi"-aveva sottolineato.
Non me ne sono liberata mai perchè se mi capita di dover
correre un pochino fa capolino quel dovere e s’affacciano
tutti quei verbi che vogliono essere portati in giostra
sulle gambe.
Certo che se li facessi ancora fuoriuscire si sentirebbero spaesati
e proverebbero un’opprimente nostalgia per i luoghi in cui
li facevo quasi dondolare, soprattutto per la stazioncina
della calabro-lucana che sapeva di desiderio di restare,
con tutti quei cardi e quelle spighe che crescevano ai lati
del ferro lucente del binario.
Invece non sono rimasta, e con tutti quegli Amabo-
laudabis e monebit,
cantarellati a perdifiato,
non avrei certamente scommesso che  giorni  a venire,
saremmo pure  precipitati eancora precipitiamo,in un pozzo
d’ incultura e con tutti i sillogismi infilati nella testa
 per dedurre e analizzare e con gli occhi sempre più sbarrati.

27 Feb

Dire "pane"non basta, c’é pane e pane e non per gli occhi
soltanto pure per l’effluvio che penetra nel naso per poi
intattenersi nelle forme larghe e tonde nelle ceste.
Perché il grano é figlio della terra e proprio con quella
forma, con quegli odori tra le spighe, che le assomiglia nel
colore marroncino della crosta,un poco pure martoriata,
come il suolo del resto, dentro cui s’è generato, nella mollica
compatta e corposa che si sposa con le olive e con la cipolla
rossa.
Somiglia pure all’uomo,nella pelle secca secca per il sole
e che reca per lungo solchi che ,a ben guardare, girano
per il tondo o formano una croce, poiché la devozione
un tempo, veniva naturale e s’imprimeva ancora 
nell’impasto come fosse stata trasmessa col latte
della madre.
Almeno é così per il pane di grano duro e a mescolarlo
poi col calore delle mani e senza farlo lievitare , la crosta
diveniva pelle rugosa e pure raggrinzita e non certo per
un tempo lungo che l’aveva divorata…ma per l’impasto
e la cottura per cui s’era taciuta la ricetta.
Considerato che poi a "cercarla"dopo tanto tempo lei
la muffetta, non la si vide più, invano la cercavi per
i forni "é chista –indicando qualcosa di simile, 
ti rispondevano,ma di fronte al viso contrariato:
 signò, ma vui chi vuliti?
Già, che cosa volevo?