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2 Feb

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Forse perché ci si sente deboli quando tutto sembra

andare a fondo e che ciò che percepivi ben puntellato

crolla, che ancora più vengono alla mente quelli

a cui tenevi tanto nell'infanzia.

Forse perché ci penso e ci ripenso che mi pare

di avere come al fianco nonna Luisa.

"-Com'è che non mi vedi?"-pare che mi dica-

"-sono venuta in quest'alta Italia,dove

ve ne siete andati tutti…

vedi, sono arrivata,così come mi sapevi,

con la gonna larga di flanella, questo scialle

e i miei capelli bianchi raccolti sulla nuca,

pure con i miei occhi celestini che avresti voluto pure tu"-

"Nonnò",  sospiro, e vorrei un poco appoggiarmi

a lei socchiudendo gli occhi;

sarebbe come prendere respiro,

come lasciarsi andare, come tornare

piccolina un poco soltanto e liberarsi dei fardelli,

un sogno consolante.

" Nonnò, ti ricordi?

In prima elementare ,non sapevo ancora leggere

e ti trattenevo seduta sullo scranno.

Volevo che imparassi pure tu.

E tu ti ribellavi e, segnando quelle parole

sconosciute con il dito,come le leggessi per davvero,

sillabando.  te ne uscivi con quella tiritera:

janchi e niguri ca siti ù sacciu  cchi  diavulu diciti- ".

Non mi rendevo conto della forza di quella filastrocca,

dentro c'era la rabbia dell'essere sempre condannati

all'ignoranza, anche se la nonna la cantava

quasi con candore, altrimenti come avrebbe potuto

Silone  scrivere Fontamara?

Come avrebbe potuto lei stessa

sopportare tutti quei dolori per quelle figlie

morte a vent'anni di  malaria e l'altro di cuore a ventidue?

Sopportò, sopravvisse e seppe pure

trattenere la dolcezza nello sguardo e

il dolore arrotolato tra le fasce che avvolgevano

le vene grosse come corde delle gambe.

Tutti lì, stipati tra le pezze, gli affanni e la rabbia

per permettere al viso ed alla voce

 poi quella mitezza consolante

.E quegli "sciuollo mio" che più che lamenti

erano accompagnamenti della voce ai

gesti lenti e silenziosi appena seguiti

dal fruscio leggero delle vesti..

morzi e vuccuni/voglia di ritorno.

24 Ago


E-"Numerunu, a' stessa"- diceva tra sè per sottolineare
il tornare con la mente, quasi per pazzia,
a quella sensazione che, come avesse denti,
le mordeva il petto.
E-"Tornalimuni.."-ripeteva per tentare
di allontanarla  un poco e prendere respiro,
perché ci si era addormentata le notti e
svegliata tutte le mattine con quel disagio addosso,
di straniera, sempre cucito con la pelle.
Si chiedeva ora, incrociando per le vie gli altri,
che come lei, avevano lasciato paesi ancora
più lontani, stranieri davvero, se provassero
quello stesso suo dolore muto ed assordante o
se fossero sereni per un vivere meno degradato.
Guardava proprio dentro gli occhi che, per difesa, 
avevano imparato ad essere sfuggenti e
si sforzava di trovarvi magari del rimorso
per un abbandono della terra al suo destino
o se il salvarsi avesse loro regalato
un frutto da conservare tra le mani.
Chissà se anche loro, tornando là
da dove erano partiti, fossero pervasi da un fiume
di emozioni che faceva scorrere
veloce il sangue, come si fossero svegliati
da un sonno comatoso?
Se lì, dove aveva avuto inizio il viaggio senza fine,
si fossero trovati con confini come dilatati,
e che il sud avesse assunto dimensioni larghe
nel senso della latitutidine.
Man mano che scendeva con qualunque mezzo,  
ad un certo tratto, iniziava un turbinio di luce e zolle
come a sollevarsi con gli ulivi dai tronchi
contorti ed attorcigliati.
Perché i viaggi sanno essere intriganti ,
pure se non possono essere ritorni e andando
per vicoli o abissi di mare, ti senti addosso
quella provvisorietà  che ti si stampa
nello sguardo, che fa scoppiare all'improvviso
la domanda che mai vorresti ti venisse fatta:-
"-Signò, i dduvi siti?-"
Perché poi ti tocca rispondere-
"Aspettate, assettativi,cà vi cuntu u fattu"
Fatto che poi si é fatto proprio grave e che ti fa
sognare  e non solo, un ritorno ad un sud che
magari si ribella ,assieme a te,
contro mafie e stato,
  che stringe il pugno e te lo mostra.

 

26 Feb

Il potere ,qualche volta,comincia dal basso
ad esercitareunua pressione, magari é
un insegnante come te,
soltanto con più anni e a suo dire,
ricco d’esperienza, invece ancora bruco
chiuso nel bozzolo senza mai essere
divenuto una farfalla.
Questi pur di mantenere la-sua immagine-
del mondo,considera nemico chi s’affanna
a togliere almeno un po’ di quella patina
accumulata sui simulacri,in questo caso,
dell’Educazione.
Certe asserzioni che paiono scontate,
scritte su dei cartelloni di una classe, 
come -essere protagonisti ed emancipazione-
possono vestire abiti ribelli tanto da suscitare
preoccupazione, perciò arrotolate e portate
in presidenza ,come prova .
Le parole,si sa, si fanno circuire dalle virgole,
dai punti , pure da qualche congiunzione aggiunta
o mal interpretata, manipolate poi e scagliate
addosso come ritorsione, ti feriscono
per costringerti a metterti in disparte come
volessi corrompere proprio tu…
Ma pure senza un Sanciopanza, mi lasciavo
ferire,non sapevo evitarlo, ma mai collocare
all’angolino ,magari con il registro tutto ordinatino,
sempre conseziente e pure molto avanti
col programma;
magari un po’ asociale dopo aver lasciato la mia
terra e pure depressa ,ma a toccarmi sul sociale…
scattavo senza paraurti e pure senza resa.
Svegliare le coscienze é sempre rivoluzionario,
me ne resi conto maggiormente quando si
alternarono i bidelli,sempre durante le lezioni
a far finta di aggiustare ora la maniglia della
porta ora la tenda sempre arrotolata,tra l’altro
nei bassi della scuola, finché non si decise
proprio il dirigente,sempre col cappello,
a sistemarsi tutte le mattine nelle classi,
a verificare i danni causati certo ai ragazzini.
Quelli ,a partecipare alle lezioni come non ci
fosse,tanto che sbottava ,uscendosene,che
mi assomigliassero.
Ma la sovversione completa la raggiunsi
quando mi ribellai , dopo due anni, al fatto
che alcune classi non solo le mie e guarda caso,
sempre quelle di sezioni di estrazione sociale
contadina ed operaia,  fossero costrettì ,
per mancanza di spazi, a far lezione negli
scantinati della scuola e con i piedi nell’acqua
anche se assorbita,verso mezzogiorno,
dall’abbondante segatura.
Gli allievi lamentavano bronchiti ed asme ,ma
si subiva come sorte avversa senza soluzione,
per non inimicarsi,il preside, il sindaco e la
giunta comunale.
Ché poi a sopportare, passi per bravo e di spirito
tollerante mentre ad allertare l’ufficiale sanitario
che,costretto ad aprire gli occhi,deve emanare
l’ordinanza di inagibilità, ti fai tirare pietre su pietre,
e non ti devi lamentare se poi, attuati i doppi
turni per la frequenza nei locali superiori della
scuola,ti vedi attribuiti sempre quelli del secondo
turno,il pomeridiano, nonostante le nebbie
padovane e a trentacinque chilometri dal paese…
se si vanno a cercare,i guai.

10 Feb

Non so se mi sarei sentita invadere
dallo stesso fuoco
se m’avessero fatto rimanere
là dov’ero nata.
Un fuoco forse scaturito in parte
a sopperire a una mancanza e celare
un estraneamento che cresceva insieme agli anni.
Un incendio di idee, tutte ammucchiate
a far ressa spingendo per fuoriuscire
perchè m’accorgessi d’essere viva
e non solo pel respiro.
L’avrei sentito là dove la vita
mi pareva sgambettasse,
quel fuoco a tratti raggelato?
L’ardore c’era prima che partissi,
l’avvertivo sulla pellequando a guardarmi
era la luna rossa davanti al mio balcone,
anche l’impeto per quella luce che
si frammentava a scaglie ,
verso l’imbrunire, tra l’onda più lunga e
le fiancate delle barche sulla rena.
Non era febbre o emozione ma quasi voluttà
anche quando mi perdevo nell’eco del fischio
lungo di mio zio, le mani aderenti ai lati della bocca,
per chiamare poi  chi non avrebbe voluto
mai essere raggiunto per correre leggero
senza badare alle baracche affittate sulla spiaggia.
Correva a perdifiato Carlo, dai ricciolini fitti fitti,
per non rispondere al richiamo
fingendo di non aver sentito.
Ma ne sono consapevole,
avrei portato dentro me il senso della lotta 
anche se non sarebbe stata solo
lei a battere il ritmo della vita.
Nel luogo dove per me gli alberi erano muti, 
la battaglia invece era serrata e per
dimostrare che non fossi una mafiosa
e per cambiare un mondo che poi
a confrontarlo con quello che sarebbe diventato…
In questa mia rivalsa c’era un esporsi
senza scudo e nel mondo della scuola invece
molti si consumavano in discorsi teorici
sui processi educativi ,
da ritrovarti con gli occhi raggirati e il senso del sé
un pochino sceso in basso,
nella convinzione che non sapessi far camminare
e parole come loro.
Poi quando c’era da portare il progetto
a conclusione ,andando ad urtare il guscio del potere,
capitava che battessero in ritirata
per evitare conseguenze personali,
che non sarebbero certo state "colpi di lupara"..
ecco perché più di una volta mi son trovata
nel mezzo di un conflitto da sola,
come un Don Chisciotte.

21 Gen

Erano i presidi, tipi sempre col cappello
pure nel chiuso dell’ufficio ,a percepire
la passione che scoppiava.
"Quello" di una scuola media della bassa padovana,
la soppesò ,arrivando alla conclusione che
fosse quasi dannosetta e presentasse
pericoli appuntiti tanto che mi chiamava spesso
perché parlassi  a quattr’occhi del mio piano educativo,
come non fosse bastato quanto era scritto
nei verbali,ma forse proprio per quello…
Divideva la stanza con una segretaria che portava
i capelli in una crocchia legnosetta
come tutta lapersona, del resto,
lo sguardo -fintoconfidente-dietro lenti
grossolane e spesse e un fare finta di non avere
orecchie o almeno che sembrassero
tappate con la cera,ma tutte intente
ad ascoltare per poi potere riferire.
Col cappello quasi conficcato sulla testa,
mi guardava proprio dentro gli occhi,
raro per un-venetostudiato-
con lo sguardo solitamente verso il basso
come nell’atto di pregare,
ma dietro la cattedra di una presidenza
il coraggio arrivava dilagante.
A suo dire ero una giovanotta d’ingenuità
a fior di pelle, per quelle idee che lo facevano
pensare ad un"comunismo rosso-rosso"
Una bolscevica con i libri di Lenin
sotto il braccio e un"-adda venì Baffone"…
come intento, tra le pieghe della pelle,
forse per via di quei giornali murali
appesi alle pareti della classe che
sottolineavano-emancipazione femminile-
e carta dei diritti.
Mi sventolava come fosse un’arma,
un dardo direi, un volumetto che già,
a suo dire sempre,
nel titolo era un’utopia,
che il socialismo potesse avere
un volto umano.
In ogni rivincita sociale ora-Marx e il Cristo –
dovrebbero scambiarsi un sorriso largo e luminoso
per quell’esigenza d’uguaglianza,
Ma anche a quei tempi…era un bene che
Cristo se ne stesse conficcato con
tanto di chiodi sulla croce,
perché non potesse più parlare…

9 Gen

Ce ne andammo invece con i padri,
dentro il pugno un futuro sempre "altrove"
invalse come le lotte contadine precedenti,
abbandonato tra le zolle pure il fazzoletto rosso
che stringeva il collo.
Il sud lasciato solo, come a macerare.
Quegli abbandoni laceranti sono scritti tutti
sulla pelle tra braccia e petto,
dalla parte del cuore, come pro-memoria,
non sarebbe stato possibile altrimenti
continuare per altre strade una storia diversa
pure se con un fazzoletto sempre rosso rosso,
anche  sui muri di Orgosolo sono stati scritti
non so per quali posteri però,
là ci leggi il pianto e pure la passione e
qualche sogno raggiunto a metà…
come le case degli emigrati, mai finite.
Io sarei rimasta, lo so, perchè  la terra
non andasse deturpata.
Partire fu una resa nei confronti del potere
che costringeva a mollare tutto quel poco
che era stato conquistato e fu  una trappola
perchè si arrivasse a dichiarare che
non ci dovsse essere un domani da sognare
per tutti quei paesi arroccati sulle rocce
o distesi lungo il mare
come tanti Gulliver legati con le corde.
"Altrove" sono state intessute mille altre storie,
ed una, nelle nebbie fitte fitte,
quando col registro sotto il braccio
entravo col passo baldanzoso
nelle aule della bassa padovana,
dimenticando che quelli davanti a me,
tutti ragazzetti e ragazzette,
con le guance rosse per i pungenti freddi del mattino,
parlassero un dialetto diverso poi dal mio,
alla fine degli anni settanta oltre al pane col salame
fatto in casa, dentro la cartella ci portavano
un candore che ti faceva sussultare.
-"go caro ch’el toso se comporteo ben,
e che el studia,che non fasa coma mi
che faso fatica a lesare"-dicevano
i padri contadini.

3 Dic

La mia era una doppia battaglia,contro
me stessa per convincermi ad innamorarmi
un po’ di più di quella terra in cui finii col
rimanere molto di più di quei soli tredici
anni calabresi, l’altra con la gente che ogni giorno,
avrei dovuto conquistare usando sempre
-il rompighiaccio-,ottenendo un sorriso forse
veritiero e il giorno appresso come non ci fosse
stato quello precedente.
A casa ci tornavo infuriata per -questo tiraemolla-
tanto che già salendo le scale, il respiro un poco
si calmava e le armi venivano riposte.
C’era sempre però un controllino delle guance
tirate ancora in un sorriso per non far dolere
i miei che speravano sempre tornassi ricca di
entusiasmo e soddisfatta.
Come avrei potuto tornarmene entusiasta?
Anche allora-erano razzisti-perfino quando
credevano di farmi un complimento-salvandomi-
dal mucchio dei terroni con quel"ma tu sei diversa!"
incollato sulla fronte come un’etichetta.
Mi duole ancora a ripensarci, quella sensazione
di vergogna, nell’essere meridionale, quel mio
accento che  strideva nelle orecchie,
anche se ,col tempo,tutto si tradusse in energia
nel voler cambiare il mondo.
Come fosse scoppiata dentro di me una seconda
rivoluzione francese ma senza gli anni del terrore
e la ghigliottina.
Ma poi ,diversa da chi?
Dalla nonna Luisa con gli occhi celestini e tutti i
suoi "sciollu miu" quando a farle male erano
le gambe che fasciava con bende che teneva
arrotolote come i dolori della vita, larghi
come stagni?
Diversa da "ziziu"lo zio di mio padre e prete un
poco rivoluzionario che ci trasmise l’amore
per il latino?
O diversa da Zia Maria che quando partimmo
rimase come tronca tra le baracche della spiaggia?
Diversa non certo dai braccianti dei paesi del
mio sud con la pelle arsa e rughe perfino dentro
gli occhi e mani solcate come la terra da voltare.
Perchè della mafia, negli anni sessanta si sapeva
solo quello che scaturiva dai flms di Rosi e di
Damiani o dai libri di Leonardo Sciascia,
e allora  come oggi, pochi leggevano 
prendendone coscienza.
Perché poi se fossimo rimasti al sud dico,
se avessimo continuato con le bandiere in pugno,
a lottare nonostante Portella Della ginestra,
le stragi di Melissa,sempre per la terra da sottrarre
al latifondo,guadagnando fori larghi come fossi
dentro il petto,chiedendo lavoro e pane e scuole…
e a vuoto…e le pagavamo e come le tasse!
Se non avessimo dato solo braccia e mente
al nord lasciando il  sud alle cosche.. che nel
frattempo, tessevano fili saldi col potere…