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Figure nei cerchi:un modo per cominciare.

15 Nov

collage cerchi figure5

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Irriducibile

28 Dic

abbraccio2Ripropongo un testo già presente nel mio blog ma rivisitato alla luce delle cinque parole proposte dal gioco letterario.
Irriducibile ci nasci ,te ne rendi conto presto,ne senti la pulsione anche se tra i muri della casa sei “buonina” e pure un poco remissiva ma basta soltanto affacciarsi fuori solo sulla porta e incontri un vento furibondo- pensava Emma – pure se l’aria è come stagno-che trascina in un vortice i pensieri come in preda ad ecstasy,i pensieri rossi,quelli coraggiosi contro l’ingiustizia e la viltà.
Possono vestire all’inizio panni a righettine e sedere al refettorio di una mensa,su scanni di legno,proprio quelli che lasciano schegge che si conficcano tra pelle e bordo della gonna o dei pantaloni corti. -Ne avevano diritto i più’ poveri-diceva la maestra, era un bene che ci fosse un refettorio un male invece che si desse per scontata la povertà,tanto che per un  ostinato e forte senso di uguaglianza che si faceva spazio nel suo petto,Emma chiese a sua madre se ci potesse andare .
Si mise in fila come gli altri suoi compagni per quel suo ostinato voler esser come tutti,anche se pure in casa sua gravavano i problemi,ma la sua lotta s’arresto’ davanti ad un piatto di ministra liquidina che si confondeva con il moccio che colava dai nasetti rossi dei bambini.
-La questione è che pure a serrarli gli occhi,pure se ciechi,è l’onda d’urto a farti sobbalzare-gravava il senso della distorsione, deviava il respiro in una lenta sequenza di ansia e contrazione che andavano a pesare sullo sterno.
-Lo sapeva bene che a molti non capitava di sdegnarsi e nemmeno di incupirsi, è che lei… non chiudeva mai il mondo fuori della porta,pure in solitudine era lui a seguirla, un dentro fuori e un fuori dentro che era tutt’uno,senza gerarchie,primi piani o campo lungo se non per eccedenza del momento.
Come tenerlo fuori il mondo?
C’era sempre un modo per tenerlo a fianco invece ,pure nel silenzio, e il suo era sempre stato un “modo appassionato” -troppo -per molti e per qualcuno.
“Quel troppo” con cui c’era nata era come fosse stato un timbro, quel troppo che si allenava coi muscoli e col cuore,con la pelle e pure con le vene tirate ,come corde, se lo portava pure nella classe tra gli alunni ,nell’illusione che sarebbe stato possibile cambiarlo “quel mondo” tutto rovesciato .

15 Dic

Emma  cliccare per favore su Emma a destra

Emma

14 Dic
  • non era amore per blog32Per Emma è ancora  molto vivo il ricordo di quello che non fu soltanto un  viaggio anche se c’erano tutti quelli che sono gli elementi essenziali quali: le valigie,la partenza,la macchina per realizzarlo, una destinazione,la Spagna tutta nel senso della latitudine,il periodo,quindici giorni,mese di settembre e soprattutto le persone, due appena convolate a nozze. Dunque un “qualcosa” che nella serie dei giri o tour,  si veste di un alone da cui si è come avviluppati che lo rende ,almeno agli occhi degli altri…romantico,sentimentale,tenero e con tanto di sorrisetti e convenevoli che ad alcuni fanno accapponare pelle e, se si potesse ,ossa e  gambe A tutto cio’ si  deve aggiunge re una conoscenza di pochi mesi tra l’altro ancora  vaga per residenze vicine ma diverse e problemi di lavoro quindi  ristretta a frequentazione di fine  settimana .Per una serie di motivazioni il periodo comunque fu definito abbastanza significativo per essere conclamato da matrimonio.

    Emma e l’altro nel lontano settembre millenovecentosettantotto, dopo la cerimonia ,salirono in macchina e serrando le portelle ,iniziarono quel percorso di chilometri e silenzi ,strada e soste,pensieri e dubbi ,imbarazzi e domande che li portarono alla prima sosta. Ora il millenovecentosettantotto  non era medioevo ma per qualcuna forse si’,per cui  tanti furono i disagi uniti alle paure forse perché non era trascorso tempo abbastanza perché la conoscenza fosse sostenuta da un amore vasto e prorompente ,quello che forse non ti permette di prendere respiro e ti costringe ad una sorta di apnea,avviluppato pure da un forte senso di passione fuoriuscente  da orecchie naso e gola .E’ che ,a volte, pensava Emma, ci si ritrova con dei bagagli che non sono le valigie, che ti porti appresso, e che sono le esperienze che non aiutano a muoverti e capire e nonostante gli anni accumulati sulle spalle, ti ritrovi “ragazzino di trent’anni” con la paura grossa di un adolescente pure goffo e con un bel carico fatto di paturnie. Quella sera la sosta ebbe bisogno di una macedonia fresca soltanto  come cena in cui annegare le insicurezze solo per il  dovere entrare nella stanza con uno/a a cui si era dato il lei fino all’altro giorno. Lo so ,lo so, che ,a volte, la passione e l’eros di un’ora spingono al confondersi dei corpi, ma non era quello il caso ed è chiaro,mi pare. Tutti i giorni a venire furono un passo avanti e molti indietro,alcuni chiari e tersi per conoscere e capire ,altri  vaganti in un buio ancora un poco pesto. . La Spagna di quegli anni faceva da ottima cornice a questa storia in evoluzione e dissolvenza, perché era una terra selvaggia ,con strade sterrate ,colori tersi e sguardi;chilometri di sentieri a mulattiera che minacciavano di cadere da dirupi sconfinati come il senso dello smarrimento di Emma restia a considerare “marito” quello che guidava tredici ore al giorno e che guardava quasi sempre di profilo e verso il quale ,a volte, provava una sorta di odio mista ad un senso di rancore per quel silenzio serrato e assoluto in cui si chiudeva ,duro come pietra di cui parevano piene le ore e l’abitacolo tutto che in parte erano  una reazione per avere accanto una non proprio”facilina” scontrosetta con le paturnie e le nostalgie e pure qualche pianto al vespro,ma anche momenti di trastullo di mente e di pensiero che la facevano ridere a schiamazzo per poi vederla    intristirsi  tutto ad un tratto e chiudersi come un riccio del mare Ionio .Emma avrebbe poi imparato  col tempo a romperlo e penetrarlo quel silenzio con piroette e danze e contorsioni di capo e collo,pensieri tirati con le pinze, passetti a manca,passetti avanti e indietro ,collo girato e voltato a seguire la direzione dell’andare da confondere qualunque tanguero  di quelle “ quevas”  infinite e color ocra della bella Andalucia.

     

Distacco come addio.

30 Nov
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La sensazione era quella  di  un evento nell’aria,un arresto del tempo e delle azioni,come sospesi , tra gli stipiti e i contrafforti  del soffitto alto della sala.

La finestra socchiusa al lato delle spalle,  perché entrasse un poco soltanto del tepore tipico del mese di settembre,la luce come entrata e posata là,tra pareti e lastre della stanza di mezzo,quasi con forza su “quel momento” sul segreto che covava ,pesante e nascosto nel pugno della mano perché non sfuggisse.

L’anima ,non si sa come ,l’aveva percepito ,era  solo il corpo a fare finta di non aver sentito nemmeno una parola bisbigliata o urlata nelle stanze. Il cuore lo sapeva, pure la pelle,i polmoni,lo stomaco e la pancia pure le gambe e i piedi che non volevano star fermi  non per andare o camminare,solo muoversi a scatti e comporre come piccoli  cerchietti a zig-zag lungo i rombi delle mattonelle della stanza di mezzo.

Era iniziata quella lenta corrosione del distacco ancora prima di partire, non la ribellione,non la rabbia urlata,ma la rassegnazione,come fosse caduta tutta la casa addosso, i mattoni e tutto il resto a rendere impossibile il restare. I silenzi lunghi ed i vocii ,come all’improvviso ,erano pieni di sospiri.

 Ce ne  saremmo andati: era il segreto a lungo soppesato,avremmo lasciato la casa,il mare, le vie, gli amici,i parenti, i segreti dell’infanzia, i patti con la sabbia, i desideri  covati sulla rena, gli inverni tiepidi,la luce intensa,i suoni della lingua ,il mare nero della sera e la luna rossa che s’appostava davanti al terrazzino.

Il tempo unito al sentimento e all’emozione però  è un saltimbanco, confonde e cancella, tira in avanti i giorni e li trascina oppure li arresta e li congela, per poi metterti davanti tutti quelli da vivere, ma come vuole lui .Infatti  non ricordo la partenza, nemmeno la stazione ,solo uno sfuggire di luoghi  lungo i finestrini  e poi l’arrivo, ma non con il treno che si ferma e lo scendere con tutte le valigie,ma l’iniziare a camminare, come trascinati, per raggiungere una via in quell’altrove,ma come se le case con le strade e la gente mancassero di occhi per vedere e dei miei per essere guardate, quasi fosse calato  sulla testa ,che so dall’alto o dal basso o di fianco ,un copricapo a  burqa a ingrigire da quel momento  tutti i giorni a venire ed i pensieri.

Ma il disagio del distacco non può essere  celato, si vive ogni giorno, come senso di  estraneità , assenza, mancanza ,provvisorietà, miste alla consapevolezza di  essere

altra etnia,diversa per cultura della terra,modo di vivere e pensare , amare e pure di mangiare.

Non basta…

24 Mag

                                                                                                                                                                          Non basta tornare con la testa,non basta più nemmeno                                                     

                                                                                                                                                                        tornare con il corpo ormai stanco e provato dai dinieghi,

                                                                                                                                                                        è solo “annacare”un poco la mente in quello spazio tra

                                                                                                                                                                        passato e nostalgia .

                                                                                                                                                                          E’ concedersi un riposo temporaneo, un intervallo per la

                                                                                                                                                                           anima perchè cerchi  e trovi il mare ,per illuderla forse

                                                                                                                                                                         di non essere partita, d’essere rimasta invece per lottare,  

                                                                                                                                                                             per difendere gli spazi tra il verde e la fiumara.

                                                                                                                                                                          Ti fai beffa di te,giochi tra la gente a parlare il tuo dialetto

                                                                                                                                                                       e fai finta d’essere.., sempre, magari di averla vissuta lì la vita,

                                                                                                                                                                           tutta intera e non in un altrove in cui non hai saputo o voluto

                                                                                                                                                                               mettere radici.

                                                                                                                                                                     Ora puoi tentare finchè vuoi di adagiarle, estirpate come sono,

                                                                                                                                                                      nelle buche dove ti pare di riconoscerne le forme.

                                                                                                                                                                           E’ che gli arbusti hanno imparato , forse come gli uomini,

                                                                                                                                                                         il senso del rigetto, pure la gaggìa , il limone e l’eucalipto

                                                                                                                                                                           ti chiedono chi sei.

                                                                                                                                                                          Non basta quel che è stato, non basta che racconti dell’infanzia,

                                                                                                                                                                       delle corse contro il sole o verso quella luna rossa.

                                                                                                                                                                          Tu che ti senti calabrese come un ulivo vissuto sempre

                                                                                                                                                                          tra le colline d’argilla e il mare, ti scopri talea che non

                                                                                                                                                                          riesce però ad attecchire.

                                                                                                                                                                      Eppure è come follia dentro la tua testa, nell’anima

                                                                                                                                                                     essiccata, ma ti vengono in soccorso gli occhi celestini

                                                                                                                                                                   della nonna come volessero calmarti e darti quella pace

                                                                                                                                                                      che cerchi e che non hai.

                                                                                                                                                                   Forse è solo con quelli che ora sono nelle fosse e che

                                                                                                                                                                  prima pensavi solo in uno spazio celestiale che ti senti

                                                                                                                                                                  come ritornata o forse neanche mai partita, tanto che

                                                                                                                                                                         il discorso lo riprendi dove l’hai lasciato,

                                                                                                                                                                     con le ultime parole rimaste lì con l’intento di essere “finite”.

                                                                                                                                                                   Non puoi fingere con loro, lo sanno, non serve sfoderare

                                                                                                                                                                          quel            sorriso tra occhi e guance.

                                                                                                                                                                    Ti guardano loro,lì nella casa, la nonna con la veste lunga e

                                                                                                                                                                    le maniche rialzate,pure “ziziu”ti sorride; quei visi così

                                                                                                                                                                     dolci come a consolare e ti commuovi…

                      

                              

                                             

Sinestesie.

25 Feb

                                                                                                                                                    

                                                                                                                                                                                                 Succede al pomeriggio, quando la luce,                         

                                                                                                                                                                                                a volte, ci assomiglia …a quella del sud.

      Nella veranda chiusa,che dalla vetrata alta

mi nasconde   il resto lasciando che veda solo

i tetti.

Succede che un suono-rumore

o di una sega  o come un fragorio di ferri

all’esterno,mi nasconda, all’improvviso,

agli occhi e soprattutto al cuore che

sia là dove sono, ma da un’altra parte,

la stessa, la solita,quella dell’anima,

non perchè prescelta, non perchè

meriti rispetto alle altre, ma perchè è là che

mi porta quella stretta e quel rumore o odore

o luce senza che ci possa fare niente.

Proprio in quella che era la mia casa,

quella dell’infanzia, in via Ruffo al numero uno,

e nella camera grande dai finestroni verdi e grandi

con le ante di legno a riparar le lastre, quelle lucide

lucide, a piombo credo come si facevano una volta.

Da quella che affacciava sulla ghiacciaia s’intravvedeva

la calabra-lucana,la stazioncina e il passaggio a livello,

non il binario però che ha ascoltato il ripasso dei verbi

latini ad alta voce mentre raggiungevo la scuola quando

avevamo il turno al pomeriggio,non rientro,eh…,turno

doppio, per non sprecare un’aula intera per soli venti

o trenta alunni,l’unità era ancora ferma ad aspettare ed

ancora aspetta e pure con pazienza mista al senso

dello “scuorno”.   Su quel davanzale sedevo con le gambe

a penzoloni sul di dentro ad asciugare i capelli contro il sole.

Dall’altra finestra invece,  che spiava un poco

il mare ionio dalla marinella, qualche rara volta,

d’inverno vi si appoggiava    una neve bianca bianca,

fresca e a scaglie tra il bianco del davanzale e il verde

del legno, come dono delle nuvole.

Mia madre ci faceva la “scirrubetta” una specie di granatina

mescolata alla polvere di caffé.

Purtroppo ho dimenticato il sapore, ma ho freschissimo il ricordo

della neve che il vento ammucchiava contro l’anta della lastra.

Quando mi succede quanto ho detto, è come mi staccassi dal

mio corpo e dal luogo, con un senso tra euforia e pure un poco

di tensione, come perdessi la ragione, scivolando verso la soglia

dello smarrimento che arriva…

quando gli anni cominciano a pesare