Non basta tornare con la testa,non basta più nemmeno
tornare con il corpo ormai stanco e provato dai dinieghi,
è solo “annacare”un poco la mente in quello spazio tra
passato e nostalgia .
E’ concedersi un riposo temporaneo, un intervallo per la
anima perchè cerchi e trovi il mare ,per illuderla forse
di non essere partita, d’essere rimasta invece per lottare,
per difendere gli spazi tra il verde e la fiumara.
Ti fai beffa di te,giochi tra la gente a parlare il tuo dialetto
e fai finta d’essere.., sempre, magari di averla vissuta lì la vita,
tutta intera e non in un altrove in cui non hai saputo o voluto
mettere radici.
Ora puoi tentare finchè vuoi di adagiarle, estirpate come sono,
nelle buche dove ti pare di riconoscerne le forme.
E’ che gli arbusti hanno imparato , forse come gli uomini,
il senso del rigetto, pure la gaggìa , il limone e l’eucalipto
ti chiedono chi sei.
Non basta quel che è stato, non basta che racconti dell’infanzia,
delle corse contro il sole o verso quella luna rossa.
Tu che ti senti calabrese come un ulivo vissuto sempre
tra le colline d’argilla e il mare, ti scopri talea che non
riesce però ad attecchire.
Eppure è come follia dentro la tua testa, nell’anima
essiccata, ma ti vengono in soccorso gli occhi celestini
della nonna come volessero calmarti e darti quella pace
che cerchi e che non hai.
Forse è solo con quelli che ora sono nelle fosse e che
prima pensavi solo in uno spazio celestiale che ti senti
come ritornata o forse neanche mai partita, tanto che
il discorso lo riprendi dove l’hai lasciato,
con le ultime parole rimaste lì con l’intento di essere “finite”.
Non puoi fingere con loro, lo sanno, non serve sfoderare
quel sorriso tra occhi e guance.
Ti guardano loro,lì nella casa, la nonna con la veste lunga e
le maniche rialzate,pure “ziziu”ti sorride; quei visi così
dolci come a consolare e ti commuovi…







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